Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

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JACOPONE DA TODI

JACOPONE DA TODI

Su Jacopone da Todi l'agiografia prevale di gran lunga sulla biografia. E la stessa agiografia, cioè la narrazione degli aspetti edificanti della vita di Jacopone, cui il popolo ha attribuito il ti-tolo di "beato", è piuttosto tardiva. Né si può ritenere ciecamen-te come autobiografico tutto ciò che il poeta riferisce a se stesso nelle "Laude". E' fin troppo evidente, infatti, che quando, ad esem-pio, Jacopone rievoca la figura di sua madre sfinita dopo il tra-vaglio del parto, oppure la dipinge intenta a scoprire, tutta tre-mante, la causa dell'insistente pianto del suo bimbo appena na-to, egli non fa che mettere in versi dei luoghi comuni.
Partiamo dunque dai documenti d'archivio venuti alla luce nello scorso secolo, tra i quali due in particolare sembra-no storicamente inattaccabili.
Il primo è l'ormai ben noto "Manifesto di Lunghezza", stila-to il 10 maggio 1297 dai cardinali Jacopo e Pietro Colonna, zio e nipote, contro il loro nemico giurato Bonifacio VIII (1294-1303) nel castello di Lunghezza, sulla via Collatina, a circa 15 km da Roma. Benché a suo tempo avessero sotto-scritto come legittima l'elezione di Bonifacio VIII, i due Colonna, con il riemergere di vecchi rancori, nel "Manifesto" anzidetto qualificavano nulla quella elezione, essendo invalida, a loro dire, la rinunzia di Celestino V (5 luglio - 13 dicembre 1294) al pontificato romano. Tra i testi apposita-mente convocati per la redazione del "Manifesto" figurano tre francescani, il primo dei quali è appunto "frater Iacobus Benedicti de Tuderto".
Il secondo documento, posto recentemente in luce, è il "Memoriale Comunis", un patto interco-munale tra Todi e Spoleto, stipulato il 3 ottobre 1259 e rati-ficato a Todi il 10 successivo. In quest'atto con il quale Tudertini e Spoletini si coalizzano, per allontanare il pericolo d'invasione da parte di re Manfredi, tra i consiglieri del Co-mune di Todi figurano un "Angelucius Benedictoli de Regione Colli" e un "Iacobus Benedictoli de Regione Sancti Silvestri".
Alla luce di questi due documenti si può ritenere certo che Giacomo - o Jacopone (Jacovone), nome usato dallo stesso Poeta nella "Lauda 53", e con il quale passerà al-la storia - nacque in Todi, nell'Umbria, da Benedetto (così denominato nel "Manifesto di Lunghezza"), noto anche con il diminutivo Benedettolo (come appare dal "Memoriale Comu-nis"). Si deduce in pari tempo dal "Memoriale Comunis" che Angeluccio, anch'egli figlio di Benedettolo (da cui il patronimico Benedetti), era fratello di Jacopone.
Quanto all'anno di nascita, i versi 67-68 ("De l'anni ben trenta dui / bussaice per farte gran dono") della "Lauda" "Troppo m'è granne fatica", potrebbero far pensare che Ja-copone sia nato nel 1236, partendo a ritroso dal 1268, pro-babile anno della sua conversione, come vedremo. Ma, a parte il problema della paternità iacoponica di questa "Lauda", ritenuta apocrifa dalla critica, i due versetti citati si possono riferire più agevolmente agli anni trascorsi da Cri-sto sulla terra, non ai 32 anni che si suppone avesse il Poeta tudertino nel 1268. Oggi si ritiene più probabile il 1230 quale anno di nascita di Jacopone, anche perché il "Memoriale Co-munis", che è del 1259, annoverandolo tra i consiglieri co-munali di Todi, fa pensare che egli in quell'anno avesse già superato la maggiore età, cioè il venticinquesimo anno.
La nuova documentazione fa inoltre cadere le notizie sulla nobiltà della famiglia di Jacopone, sui suoi studi e dottorato in leg-ge presso l'Università di Bologna, sul suo matrimonio con Giovanna o Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo. Nel "Memoriale Comunis" non c'è alcuna indica-zione ("dominus" o "ser") che faccia pensare di Jacopone o di suo fratello Angeluccio un'appartenenza alla nobiltà uffi-ciale; né si trova accanto al nome del Nostro la qualifica di "notarius", come invece è dato vedere accanto ad altri nomi della lista. Del resto anche la "Leggenda tobleriana", che è la più antica, dice solo che Jacopone si era indirizzato "all'arte della procura"; ora, "procurator", nel Medioevo, non era un lau-reato in legge, ma una specie di "praticone delle cause".
Si può invece pensare che nel 1259 Jacopone fosse già sposato. E ciò spiegherebbe perché nel "Memoriale Comunis" egli appaia residente in Rione S. Silvestro, a differenza del fratello Angeluccio residente in Rione Colle, nel cui ambito una tradizione, per altro dubbia, poneva la casa paterna di Jacopone; il trasferimento del Poeta dal Rione Colle al Rione S. Silvestro sarebbe forse avvenuto a motivo o in oc-casione del suo matrimonio.
Più che scapestrato uomo di mondo, come amano descri-verlo le leggende tradizionali, conviene pensare Jacopone, prima della sua conversione, occupato nel mestiere di procu-ratore legale e nella poesia. Nelle "Laude", infatti, oltre a un lin-guaggio, piuttosto frequente, di sapore giuridico, non manca-no accenni di poesia profana, i quali rimandano ad un'attività poetica anteriore alla conversione. Ma le circostanze di tale conversione non ci sono note. E' probabile che il Tuderte ab-bia deciso di cambiar vita dopo la morte della moglie. Tutta-via è solo sulla base delle leggende che si è attribuita la sua conversione al presunto luttuoso evento della morte della consorte, che sarebbe caduta malamente da un palco durante una festa; in tale occasione sulle carni della sua donna, Jacopone avrebbe scorto, per la prima volta, la presenza d'un cilizio. Da qui il suo repentino cambiamento di vita.
Ad ogni modo, è molto probabile che Jacopone abbia de-ciso di abbandonare il mestiere di procuratore e di mutar vi-ta facendosi "bizocone" nel 1268. Sembra che ciò si possa dedurre agevolmente dalla "Lauda 53" ("Che farai fra' Iacovone", dove il Poeta scrive tra l'altro: "Questa pena che mm'è data, / trent'agn'à ch'è l'aio amata" (vv. 23-24). Se il compo-nimento, come ammette la generalità dei critici, risale all'ot-tobre del 1298, data d'inizio della prigionia alla quale l'ave-va condannato Bonifacio VIII, si può concludere senza for-zature che Jacopone nei versi citati abbia voluto alludere alla sua conversione avvenuta 30 anni prima, vale a dire nel 1268, quando era di circa 38 anni.
In veste di "bizocone", cioè di penitente e mendicante, forse legato al Terz'Ordine francescano, Jacopone vagò per 10 anni, come attesta egli stesso nella citata "Lauda 53" (v. 129). Quindi entrò, come ivi si afferma, nel Primo Ordine francescano. Correva l'anno 1278 ed egli ne contava circa 48. Pare che abbia professato come fratello laico o, come oggi si dice, come fratello religioso. Fu comunque un fiero avversario degli studi e dei titoli accademici. Ne seppe qual-cosa frate Rinaldo da Todi, personaggio familiare a Jacopone e da lui deriso nella "Lauda 88" (v. 2), per aver intrapreso la carriera del "lettore" e disputato "de quolibet".
Quando Jacopone entrò nell'Ordine Francescano da qualche anno era esplosa la "questione della povertà". Durante il Concilio II di Lione (1274), scrive Angelo Clareno, in Italia si sparse la voce che il papa in Concilio avesse deciso di concedere ai Francescani, ai Domenicani e agli altri Mendicanti la proprietà dei beni. Anche se il Clareno non lo dice, non è difficile individuare nei capi degli Spirituali la responsabilità della diceria. La quale causò gravissimi di-sordini, specialmente nelle Marche, dove frate Trasmondo, frate Tommaso da Tolentino e frate Pietro da Macerata furono im-prigionati.
Recuperata la libertà dopo tre anni, i tre continuarono le loro dispute sull'osservanza della regola francescana "ad litteram et sine glossa", facendo nuovi proseliti e causando discordie, al punto che sotto il generalato di frate Matteo d'Acquasparta (1287-89), dovettero essere di nuovo imprigionati assieme ad altri, tra i quali lo stesso Angelo Clareno (che allora si chiamava frate Pietro da Fossombrone), ben presto liberati dal nuovo Ministro Generale frate Raimondo Gaufredi (1289-95), provenzale, loro simpatizzante, che ne inviò (1289) cinque missionari in Armenia: frate Angelo e frate Tommaso da Tolentino, frate Marco da Montelupone, fratePietro da Macera-ta (poi frate Liberato) e frate Pietro da Fossombrone.
Nell'acuirsi della disputa tra Spirituali e frati della Comu-nità, Jacopone, assertore intransigente della povertà assoluta, si schierò dalla parte degli Spirituali. E quando i loro capi, frate Liberato (Pietro da Macerata) e il suo socio Angelo Clareno (frate Pietro da Fossombrone) chiesero all'eremita molisano frate Pietro da Morrone, eletto papa il 5 luglio 1294 con il nome di Celestino V, di poter formare un gruppo autonomo, che fu detto dei "Poveri Eremiti di Messer Celestino", il Poeta di Todi fu tra coloro che appoggiarono la richie-sta, come ricorda espressamente Angelo Clareno.
Ciò non significa che Jacopone ritenesse Celestino V ca-pace di governare la Chiesa e di venire incontro alle pressanti aspettative di rinnovamento religioso in quello scorcio del sec. XIII. Nella "Lauda 74" ("Que farai, Pier da Morrone"), il Poeta sembra nutrire seri dubbi che il nuovo papa, esperto solo di vita solitaria e contemplativa, potesse rivelarsi anche un vero Pastore universale e uomo di governo accorto ed energico.
Tuttavia quando San Celestino rinunziò al pontificato, do-po appena cinque mesi di governo, Jacopone si mise dalla parte di chi ritenne invalida quella rinunzia e illegittimo il suo successore Bonifacio VIII (1294-1303). Ne si ha la prova nel "Manifesto di Lunghezza" (1297), che menziona tra i testi "religiosis viris fratre Iacobo Benedicti de Tuderro, fratre Deodato Rocci de Montepenestrino, ac fratre Benedicto de Perusio ordinis fratrum Minorum, testibus ad premissa vocatis specialiter er rogatis".
Fu un atto di ribellione compiuto dai nemici giurati di Bonifacio VIII (i cardinali Iacopo e Pietro Colonna, Filippo il Bello di Francia, gli Spirituali e loro sostenitori), che in-tendevano invalidare l'elezione del nuovo papa con lo spe-cioso argomento, addotto anche da Ubertino da Casale, se-condo il quale San Celestino V non poteva rinunziare al pa-pato, stante la "indissolubilità" del matrimonio tra il vesco-vo e la sua chiesa: argomento tosto smantellato proprio da uno degli Spirituali, Pier di Giovanni Olivi, con la ben nota distinzione fra potere di ordine e potere di giurisdizione.
Lo stesso Jacopone non dovette tardar molto a convin-cersi del suo errore di valutazione. Altrimenti non si spie-gherebbe la celeberrima "Lauda 55" ("O papa Bonifazio, / eo porto tuo prefazio"), nella quale il Poeta chiede al pontefice d'esser disciolto dalla scomunica. Ma Bonifacio fu irremovi-bile. Non lo assolse neppure in occasione dell'Anno Santo 1300. Così Jacopone, incarcerato fin dall'ottobre 1298, in un convento di Todi che sembra essere quello di San Fortuna-to, restò a languire in prigione, pena per altro da lui tanto "amata", come scrive nella citata "Lauda 55".
Fu con ogni probabilità il successore di Bonifacio, Bene-detto XI, eletto il 12 ottobre 1303, che assolse dalla scomu-nica il Tuderte liberandolo dai ceppi.
Morì tre anni più tardi, nel 1306, presso il monastero delle Clarisse di Collazzone, nell'Umbria, nel giorno di Natale, come sembra. Il suo corpo, traslato nel monastero delle Clarisse di Montecristo (Montesanto) in Todi, fu riesumato nel gennaio del 1433 e trasferito processionalmente nella chiesa di San Fortunato. La lapide marmorea che onora il suo sepolcro fu apposta nel 1596 dal Vescovo di Todi Angelo Cesi.
Jacopone da Todi è noto soprattutto per le sue "Laudi", circa un centinaio (tra le quali, indubbio capolavoro: "Donna de Paradiso" o "Il pianto della Madonna"). Suoi sono anche un "Trattato" ascetico e alcuni componimenti latini (tra i quali lo splendido "Stabat Mater").
La poesia del frate Tudertino, a sfondo prevalentemente religioso, è contraddistinta da una grande varietà di temi: dalla violenta condanna del vizio, all'esortazione alla povertà; dall'invettiva contro le degenerazioni del clero contemporaneo - e contro lo stesso papa - , ad un profondo slancio mistico.
Il linguaggio, basato fondamentalmente sul dialetto umbro, crudo e sensuale, e la struttura metrica, che contamina modelli dell'innografia latina con elementi della tradizione volgare, rivelano inoltre la cosciente letterarietà delle sue opere.


Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org



 
 



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